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| L'Ile de la cité depuis le pont des arts © Anna Brian Febbraio 2015 |
sabato 14 febbraio 2015
sabato 10 gennaio 2015
Il mondo degli altri
Domani saranno due anni
di vita qui a Parigi: un intervallo di tempo insignificante se
comparato all'immortalità di questa metropoli. Insignificante, ma
sufficiente per osservarla, dettaglio dopo dettaglio, respirarne
l'aria satura e vederla cambiare.
Per me Parigi è sempre
stata una città di transizione, un incrocio di mille mentalità: il
mondo degli altri, insomma.
Superata la prima
(patologica) luna di miele, della serie
“chefigoqui-inItaliafatuttoschifo”, ho tentato più volte, da
buon spettatore, di avvicinarmi al palco di questa realtà
transalpina, sbagliando molto spesso e cambiando profondamente. Uno
spartiacque indelebile che, volente o nolente, mi ha costretto ad
azzerare molte cose, a ricominciare sovente da capo.
Sono passati due anni, ma
da oggi per me Parigi non sarà più la stessa, stavolta per davvero.
In questi giorni sono
accadute cose incredibilmente più grandi della nostra quotidianità
fatta di occhi assonnati, isteriche camminate nei corridoi della
metro ed emicranie davanti al computer.
Cose troppo grandi e
prepotenti per non dire nulla, anche se in mezzo alla bolgia
infernale dei social network, dei veleni e degli opinionisti da 160
caratteri, la paura di risultare banale è davvero forte.
Dispiace anche dover
rispolverare questo blog abbandonato più di un anno fa, come tante
buone intenzioni, in occasione di una tragedia come quella di Charlie
Hebdo, ma evidentemente è così la vita: la passiamo accelerando il
nostro tempo, accorgendoci delle cose importanti solo a badilate in
faccia.
Dannazione a me.
Qui
però c'è la paura, anzi, forse più di una, e mi turba pensare che
ce ne voglia per forza una per dover esprimere un'opinione. La paura
si adatta alle scelte che si vogliono fare, come decidere se restare
barricato in casa per la paura di essere fucilato mentre fai la
spesa, oppure se scappare via per non farti saltare in aria.
La
paura ti da la libertà di prendere posizione, di fare la voce più
grossa. La paura ti rende improvvisamente esperto, convinto di stare
nel giusto, e molto spesso purtroppo anche supponente. La paura ti
convince di essere più intelligente e ti getta a tua insaputa nel
bordello di Internet, degli attivisti da Hashtag e delle opinioni
costruite a tavolino.
Una
corsa a sgomitate, per dimostrare a tutti che dall'alto della nostra
saccenteria, non abbiamo paura.
Personalmente più del
terrorismo mi spaventa la morte, il suo orrore, il suo mistero,
troppo grande ed inquietante per poterlo imporre ad un individuo di
qualsiasi specie: la morte come fine di ogni scelta e percezione.
E qui a Parigi, di morti
ce ne sono stati troppi in un colpo solo: morti arrivati in una
maniera talmente irreale e veloce, da non rendersene ancora
totalmente conto.
In studio da me si lavora
come sempre, si disegna, si ride a qualche battuta, ma con una ruga
tesa in più ai bordi delle labbra. Non capisco se sia una mia
impressione, ma sembra che tutti si sforzino di nascondere a loro
modo un po' di polvere sotto il tappeto, mentre fuori le sirene
cantano stridule, nel mondo degli altri.
Con la coda dell'occhio
guardo le notizie dal mio PC, nascondendo a fatica l'irrequietudine:
è più forte di me.
Colpi di fucile a
Vincennes: subito non ci credo, penso sia l'ennesima ondata di
panico, l'ennesimo falso allarme, come quello a Trocadéro. Poi la
notizia cresce, si fa prepotente, mostra i muscoli, mi torce lo
stomaco con un ghigno fra le righe, quasi a sbeffeggiarmi, perché in
cuor mio avrei fatto di tutto per sottovalutarla e tranquillizzarmi.
Richard Lenoir,
Montrouge, Vincennes: ora non la smetteranno più! Sembra di essere
tornati nel 2003. Ma che razza di giovinezza mi è capitata?
Ricevo una chiamata dai
miei genitori: hanno la voce pacata, ma cupa e hanno sentito alla
radio la notizia. Li conforto dicendo che sto bene, che sono lontano
dai casini e che tornerò a casa in bici, ma non sono del tutto
convinto dell'efficacia delle mie parole.
Esco, le sirene strillano
ed io pedalo mentre il mondo degli altri si distrugge da sé, come
avrebbe detto Giorgio Canali, che di Francia ne ha masticata un bel
po'. Nell'apparenza tutto scorre come sempre, un metro per volta, mi
fermo ad uno stop, al mio fianco Notre Dame. Penso che avrei potuto
essere dentro quel supermercato a Vincennes, penso all'orrore della
morte e rabbrividisco, mentre una turista asiatica scatta una foto
con sorriso idiota.
Il resto del pomeriggio
passa tra qualche telefonata e messaggio, seguendo la notizia in
diretta, ma è l'isteria del web e dei Social network che regna
sovrana, con i suoi paladini della Domenica, complottisti e
sciacalli: un inferno che farebbe impallidire perfino Hieronymus
Bosch.
Osservo questo spettacolo
di opinionisti improvvisati e in me nasce una seconda paura, forse
più grande della prima.
Ho come la brutta
impressione che sul vaso di Pandora non ci sia più un coperchio, ma
una sottile membrana, fatta di buonismo, patriottismo e persone che
speculano sulla morte di vignettisti che da vivi le avrebbero
sputtanate a sangue.
Persone che prendono
volentieri le scorciatoie, che odiano facile e sbandierano facile,
poi manifestano, cambiando foto del profilo.
E' una frecciata feroce
che lancio ai miei conterranei, lo ammetto, ma non credo nemmeno che
la tanto celebrata Francia sia esente da tale ipocrisia.
Anche i transalpini hanno
la memoria corta: nessuno vuole vedere che davanti questa unanimità
di facciata contro l'orrore, si nasconde una società che mette i più
deboli l'uno contro l'altro, costruendo da sé i propri nemici.
Dispiace anche vedere
come pochi giornali ricordino come Al Qaeda sia una lontana
conseguenza dell'immensa umiliazione coloniale e post-coloniale, e
che le lezioni di “civilizzazione-laicità-libertà” siano stati
dei fatti inauditi, per alcuni che hanno subito questo e ancora lo
subiscono.
A Place de la République,
simbolo di ogni grande manifestazione Parigina, sono in centinaia a
volersi arrampicare sulla statua della Marianne per gridare “Liberté
d'éxpression!”: é un mantra sacrosanto, che non rinnegherei mai,
ma non credo sia questo il problema.
Il problema è non far
crescere persone talmente prive di speranza, da ridursi a non avere
alcuna ragione, se non quella di ammazzare le persone in massa,
perché il fondamentalismo, di qualsiasi natura, è irreparabile una
volta impiantato.
Non è per niente facile,
ma su queste cose credo sia necessario rifletterci prima che i
pensieri deliranti, le generalizzazioni e l'odio comincino a
contaminare le persone, perché, come ho detto prima, non possiamo
più accettare di prendere una badilata in faccia per accorgerci
delle cose importanti.
E' questo il problema e
la mia paura allo stesso tempo: quando la membrana sul vaso di
Pandora si romperà, si litigherà nelle scuole e nelle case su una
cosa per la quale abbiamo litigato anche dieci anni fa, inutilmente,
dividendoci tra cattolici e no, islamici e no, fino a che, pur di non
rovinarci la digestione, faremo passare la questione di moda, prima
di risolverla.
Ed io, purtroppo, non
sono da meno.
Essere o non essere
Charlie dunque? Dopo la paura, arriva il dubbio: come posso bypassare
tutte queste polemiche, facendo qualcosa nel mio piccolo? Evitare che
l'aria di Parigi (e non solo) si avveleni ancora di più? C'é un
modo per il quale il mondo degli altri possa anche diventare il mio?
Ormai è sera, si fa buio
nel XV Arrondissement, i tre terroristi vengono uccisi in un blitz
coordinato: qualcuno canta vittoria, io no, e mi angoscio nel pensare
alla morte come risposta a se stessa.
Ho mal di testa, ma i
miei pensieri ora si concentrano su Charlie Hebdo.
Penso al disegno, alla
matita, come forma di comunicazione, come qualcosa che tiene vivi
l'istinto e l'innocenza. Perché disegnare, ricorda Vinicio
Capossela, è una cosa che tentiamo di imparare fin da piccoli, come
un gioco, e dal gioco nasce la ricerca della bellezza, che a sua
volta genera arte.
E la libertà
d'espressione è anche questo: cercare la bellezza ovunque, con la
matita o qualsiasi altro mezzo.
E con tali mezzi si
catturano le gioie ed i dolori della vita umana, per portarle nel
mondo delle idee e tradurle in arte. L'uomo usa l'arte per costruirsi
una memoria: lo può fare celebrandola o irridendola, e quest'ultimo
è il caso di Charlie Hebdo, dove gli uomini orribili, prepotenti ed
arroganti diventano piccoli, ridicoli e divertenti. La risata come
esorcismo, insomma.
Penso alle idee che non
danno preavviso, penso alla matita come generatrice di queste ultime,
penso alla matita come punto di partenza per ogni evoluzione.
Mi ricordo di essere un
giovane architetto, pure nella nostra professione tutto parte da uno
schizzo: è il seme che utilizziamo per tentare, non senza
difficoltà, errori e frustrazioni, di rendere questo mondo più
vivibile. Forse si dovrebbe impugnare un po' di più la matita ed un
po' meno il mouse nella nostra professione, per ribadire che anche
l'architettura, con il disegno, è libertà d'espressione: sarebbe un
bel modo, nel nostro piccolo, di difenderla.
Allora, dopo questo
pensiero,
mi sforzerò di riempire le pagine bianche di schizzi, osservando
Parigi scioccata nei suoi cambiamenti, entrando nel mondo degli
altri, per poterlo forse arricchire un giorno.
M
venerdì 7 novembre 2014
Ciò che non muore in autunno, rinasce.
Quando arriva l'autunno bisogna andare nei boschi.
Non farlo è quasi una
colpa, specialmente se dritto sopra il tuo naso scotta inaspettata
una palla ancora sfacciatamente rossastra.
Io ho
il mio bosco preferito ed è poco lontano da casa. Quando riesco ci
trascorro un'ora, forse due, ne percorro i sentieri ed annuso
l'aria frizzante che in questo luogo sembra avere una consistenza magica.
Parcheggio la macchina davanti al capitello, c'è una casa dall'altra parte del piazzale: apparentemente disabitata, ospita una dozzina di gatti che saltano da un terrazzo all'altro. Sono davvero tantissimi e bellissimi, si rincorrono e si appallottolano, sembrano lì da sempre. Mi incammino lungo il sentiero, calpesto le foglie a terra e dopo tanto tempo le sento frantumarsi sotto ai miei passi, prendo coscienza del tempo e delle stagioni dopo la confusione meteorologica dei mesi passati. Mi piace costeggiare il fiume, ascoltarlo mentre risalgo fino alla prima cascata; la prima volta in cui sono venuta qui era d'estate, ricordo la sorpresa nello scoprire un angolo di rara bellezza in una zona anonima e disabitata del vicentino. In un torrido pomeriggio di luglio di due anni fa, mi rivedo salire il pendio in compagnia di M mentre osserviamo antiche fiabe della nostra tradizione riplasmate in opere d'arte da sapienti mani d'artista.
Alcune di esse sopravvivono al tempo e alle stagioni, le incrocio lungo il sentiero e mi accorgo di come la natura se ne sia appropriata, di quanto le abbia fatte proprie quasi nascondendole tra la vegetazione.
Mi addentro tra gli alberi, sono più o meno le 4 del pomeriggio e la luce comincia a farsi più calda e densa, filtra tra i rami illuminando a tratti il sottobosco e il muschio che avvolge i tronchi e i sassi sparsi a terra. Decido di scattare qualche foto per catturare almeno una piccola parte di questa luce stupenda di inizio novembre: sperimento qualche inquadratura, mi sposto, regolo il diaframma e il tempo di esposizione, rinuncio alla messa a fuoco e cerco di vivisezionare i colori dell'autunno concentrandomi sui toni della luce che entrano nell'otturatore e rimangono impressi nel sensore della mia macchina fotografica. Ne scopro sfumature inaspettate e suggestive, quasi di fiaba; mentre scatto mi perdo a osservare le forme che i punti luce vengono a formare nel mirino della macchina fotografica e le reinvento nella mia mente, costruisco giunture, correlazioni, racconti e veri e propri dialoghi luminosi in divenire. Impossibile non pensare, al di là delle storie inventate o sognate, a tutto ciò che tornerà dopo il freddo e dopo l'inverno, alle novità che il nuovo anno porterà con sé.
Ciò che non muore in autunno, rinasce. Quello che nei mesi scorsi era rimasto sospeso, bloccato e impigrito dall'estate, ritrova le energie e riaffiora oltre la superficie delle incombenze del vivere quotidiano, della noia dell'abitudine e delle scadenze da evadere. Ascolto il silenzio della natura, proseguo fino alla fine del bosco e mentre mi spingo verso l'ultima cascata non posso fare a meno di sorridere al pensiero delle infinite sfumature di luce di questo nuovo inizio.
Parcheggio la macchina davanti al capitello, c'è una casa dall'altra parte del piazzale: apparentemente disabitata, ospita una dozzina di gatti che saltano da un terrazzo all'altro. Sono davvero tantissimi e bellissimi, si rincorrono e si appallottolano, sembrano lì da sempre. Mi incammino lungo il sentiero, calpesto le foglie a terra e dopo tanto tempo le sento frantumarsi sotto ai miei passi, prendo coscienza del tempo e delle stagioni dopo la confusione meteorologica dei mesi passati. Mi piace costeggiare il fiume, ascoltarlo mentre risalgo fino alla prima cascata; la prima volta in cui sono venuta qui era d'estate, ricordo la sorpresa nello scoprire un angolo di rara bellezza in una zona anonima e disabitata del vicentino. In un torrido pomeriggio di luglio di due anni fa, mi rivedo salire il pendio in compagnia di M mentre osserviamo antiche fiabe della nostra tradizione riplasmate in opere d'arte da sapienti mani d'artista.
Alcune di esse sopravvivono al tempo e alle stagioni, le incrocio lungo il sentiero e mi accorgo di come la natura se ne sia appropriata, di quanto le abbia fatte proprie quasi nascondendole tra la vegetazione.
Mi addentro tra gli alberi, sono più o meno le 4 del pomeriggio e la luce comincia a farsi più calda e densa, filtra tra i rami illuminando a tratti il sottobosco e il muschio che avvolge i tronchi e i sassi sparsi a terra. Decido di scattare qualche foto per catturare almeno una piccola parte di questa luce stupenda di inizio novembre: sperimento qualche inquadratura, mi sposto, regolo il diaframma e il tempo di esposizione, rinuncio alla messa a fuoco e cerco di vivisezionare i colori dell'autunno concentrandomi sui toni della luce che entrano nell'otturatore e rimangono impressi nel sensore della mia macchina fotografica. Ne scopro sfumature inaspettate e suggestive, quasi di fiaba; mentre scatto mi perdo a osservare le forme che i punti luce vengono a formare nel mirino della macchina fotografica e le reinvento nella mia mente, costruisco giunture, correlazioni, racconti e veri e propri dialoghi luminosi in divenire. Impossibile non pensare, al di là delle storie inventate o sognate, a tutto ciò che tornerà dopo il freddo e dopo l'inverno, alle novità che il nuovo anno porterà con sé.
Ciò che non muore in autunno, rinasce. Quello che nei mesi scorsi era rimasto sospeso, bloccato e impigrito dall'estate, ritrova le energie e riaffiora oltre la superficie delle incombenze del vivere quotidiano, della noia dell'abitudine e delle scadenze da evadere. Ascolto il silenzio della natura, proseguo fino alla fine del bosco e mentre mi spingo verso l'ultima cascata non posso fare a meno di sorridere al pensiero delle infinite sfumature di luce di questo nuovo inizio.
A
sabato 30 agosto 2014
Normandie landscapes
Il nostro viaggio in Normandia distillato in immagini e suoni da M.
Normandia 2014
© Sottofondo pills
martedì 27 maggio 2014
Mostra fotografica "Sguardi dal Vietnam, pietra e risaia"
Sguardi dal Vietnam, pietra e risaia
Museo del Maglio di Breganze (Vi)
23- 27 maggio 2014
venerdì 18 aprile 2014
Impressioni d'Oriente (Reportage secondo classificato al Premio Passaggi 2014)
L'Inverno
vietnamita mi ha messa alla prova. La nebbia densa copriva la città
e ne sfumava i confini. Ovattava il rumore dei motorini e dei taxi
che si sovrapponevano sulle strade ingarbugliate di Hanoi.
Acclimatarsi non è stato facile e nemmeno regolare l'orologio sei
ore in avanti: mancavano il sonno e la fame, mi addormentavo per
sfinimento e mi risvegliavo a seconda dell'intensità della luce del
sole proveniente dall'esterno. Ho assaggiato cibi insoliti,
conosciuto nuove persone dagli accenti diversi, percorso vicoli
stretti a bordo di un vecchio motorino lottando contro il vento
gelido che penetrava nei vestiti, nelle ossa. E rimaneva lì,
intrappolato nella pelle. Ho dovuto farci l'abitudine, al freddo di
gennaio. Dentro o fuori casa non faceva differenza, non c'era verso
che le estremità del mio corpo riuscissero a scaldarsi.
Per
questo era meglio muoversi, camminare, scoprire. Approfittare di ogni
attimo, sebbene ogni istante continuasse a sembrarmi inverosimile,
come in un sogno.
Di
reale c'erano gli odori, quelli forti e nauseanti del cibo e delle
strade e quelli rassicuranti dell'incenso e del tè verde. I colori
invece emergevano inaspettati tra lo smog ed il cemento, al di là
dei fili elettrici e della pioggia leggera che quotidianamente
inumidiva le strade della capitale e i suoi abitanti. Nei percorsi
giornalieri c'era tutto il “mio” Vietnam, che diventava ad ogni
passo più familiare e intimo attraverso i percorsi urbani che avevo
costruito. Andata e ritorno, ogni giornata iniziava con i consueti
saluti e incontri, unica sicurezza del ritrovarsi sola a più di
12.000 km da casa per tre lunghi mesi.
Ad
Hanoi respiravo la storia dell'intero Paese, il suo passato ed il suo
futuro. Agli angoli delle strade i vecchi raccontavano ciò che era
stato, recitavano poesie e coloravano d'inchiostro le proprie
giornate; mentre i piccoli, avvolti tra le braccia della mamma,
guardavano intensamente al domani con incredibile sicurezza e
fiducia.
Ogni
volto era un paesaggio, sconfinato ed indecifrabile, ma pronto ad
offrirsi almeno in parte ai più sinceri viaggiatori. L'attesa
predisponeva all'ascolto aprendo occhi e cuore, il resto accadeva e
basta.
Mi
ritrovavo così, senza averlo previsto, davanti all'altare degli
antenati della famiglia di Tien, a casa di Que per festeggiare il
capodanno lunare, oppure in compagnia di Ly, ascoltando le sue poesie
e le sue storie incredibili. E la sorpresa, l'infinita felicità di
essere lì in quel preciso istante, cancellava ogni preoccupazione ed
ogni timore, invitandomi ad accogliere ogni confidenza come un dono
inestimabile.
Ho
incontrato molte persone lungo la strada, ho guardato alle loro mani
incallite e rugose, sincere testimoni, per conoscerne la storia. Ho
ringraziato chi mi regalava tempo e vita e le mie mani hanno
accarezzato molte altre mani assetate di contatto e calore, mentre lo
sguardo ha incrociato occhi che hanno raccontato e nulla hanno saputo
dimenticare. Mi sono lasciata trasportare dalle parole di chi
desiderava condividerle con me, senza forzature e senza ansie.
Semplicemente lì, in attesa.
lunedì 20 gennaio 2014
In un'altra vita
Ogni tanto mi piace aprire casualmente l'agenda dell'anno precedente e leggere cosa facevo oggi, esattamente 365 giorni fa. Cerco di ricordarmi sensazioni e umori, le parole dette alle persone incontrate esattamente quel giorno di un anno prima. Mi è capitato anche oggi, mentre scrivevo freneticamente qualcosa per non so chi. L'impulso è stato talmente forte che ho dovuto lasciare tutto in sospeso e mettermi alla ricerca dell'agenda di cui al momento avevo perso le tracce. Mentre una vera e propria ansia da ritrovamento si stava impossessando di me, in cuffia andava un brano di Ludovico Einaudi, "in un'altra vita", musicista a cui mi rivolgo quando ho bisogno di concentrarmi e scrivere. Di solito mi aiuta. Ma oggi, 20 gennaio 2014, la tecnica einaudiana non stava funzionando a dovere. Mi trovavo a sfogliare le pagine di un quaderno rosso che avevo trasformato in agenda e che avevo riempito di parole e frasi per un anno intero. Sedevo per terra ed ascoltavo. Leggevo. Ricordavo atmosfere e profumi lontani di un Vietnam da poco incontrato.
20 gennaio 2013, avevo scritto tantissimo rubando spazio anche ai giorni a venire. Era domenica ed avevo approfittato per godermi la città in solitudine. Ricordo che quel giorno avevo deciso di visitare il Museo etnologico di cui mi avevano parlato a lungo. Ricordo che per la prima volta avevo incontrato degli italiani e per giunta ricordo fossero veneti. Li avevo sentiti parlare in dialetto e ricordo di aver provato un sentimento misto tra l'angoscia di poterli conoscerli e la voglia di parlare con loro e manifestare un po' di solidarietà tra veneti all'estero. Ricordo di aver optato per la fuga, mimetizzandomi tra le riproduzioni degli abiti tradizionali delle minoranze etniche vietnamite, perché non riuscissero a cogliere in nessun modo la nostra comune appartenenza. Ricordo di aver assistito per la prima volta allo spettacolo delle marionette sull'acqua con contorno di musica Quan Ho dal vivo. Ricordo di aver incontrato due ragazze vietnamite che mi hanno chiesto se potevano scattarmi una foto (e ricordo di aver accettato pensando: "hanno ragione, tu scatti fotografie a loro in continuazione"). Ricordo di aver assaggiato per la prima volta il Bun Cha, piatto che di lì a poco sarebbe stato eletto come il migliore in assoluto della cucina vietnamita. Ricordo di aver finalmente raggiunto la One pillar pagoda, a lungo ricercata e alla fine scovata proprio davanti al Mausoleo di Ho Chi Minh, luogo praticamente sacro ai vietnamiti che vengono a rendere omaggio allo "zio" nei giorni di festa. Ricordo di aver conosciuto tante persone quel giorno, e di essermi fermata a parlare qualche minuto con chi chiedeva di poter essere fotografato (non sto mentendo, qui la gente si mette in posa e pretende di essere immortalata. Un paradiso). Ricordo in particolare una bambina dal giubbottino giallo che senza dire una parola si era piazzata di fronte a me e mi fissava, un po' perplessa e un po' divertita. Era immobile. La sua fermezza mi aveva colpito parecchio, e non aveva mostrato cedimenti nemmeno quando la madre aveva cercato di corromperla a tornare a casa offrendole un gelato. Poi, collegando l'episodio all'esperienza precedente, avevo capito cosa voleva, avevo preso l'inquadratura e cominciavo a scattare. Poi voleva vedersi ritratta in foto. La madre la incoraggiava, c'aveva preso gusto e sembrava che l'idea di partire avesse abbandonato anche lei.
20 gennaio 2013. Lo ricordo un giorno intenso e sereno. Ricordo l'entusiasmo dei primi tempi che trascorrevo ad Hanoi, il senso della scoperta e dell'avventura, dell'unicità del mio essere lì, sola ma libera. Ricordo la stranezza del sentirmi così diversa da tutte le persone attorno a me, fuori contesto, ma allo stesso tempo ricordo che l'irripetibilità del momento sembrava rendere tutto surreale, come se tutto ciò non stesse davvero succedendo.
20 gennaio 2014. E' un giorno malinconico. Ancora adesso fatico a realizzare che quel viaggio sia realmente avvenuto. Non so dire se mi sia mai resa conto davvero di ciò che ho vissuto, mi sembra che tutto sia stato inghiottito da una gigantesca bolla di sapone, di quelle gonfiate dagli artisti di strada per impressionare i bambini, perché rimanesse semplicemente un sogno. Sembra sia passata un'eternità dalla partenza e dal conseguente ritorno. Ascolto il brano di Einaudi che intanto continua a suonarmi in testa e sembra che tutto ciò sia potuto accadere proprio in un'altra vita, tanto tempo fa.
A
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