sabato 30 agosto 2014

Normandie landscapes

Il nostro viaggio in Normandia distillato in immagini e suoni da M.


Normandia 2014
© Sottofondo pills

martedì 27 maggio 2014

venerdì 18 aprile 2014

Impressioni d'Oriente (Reportage secondo classificato al Premio Passaggi 2014)

L'Inverno vietnamita mi ha messa alla prova. La nebbia densa copriva la città e ne sfumava i confini. Ovattava il rumore dei motorini e dei taxi che si sovrapponevano sulle strade ingarbugliate di Hanoi. Acclimatarsi non è stato facile e nemmeno regolare l'orologio sei ore in avanti: mancavano il sonno e la fame, mi addormentavo per sfinimento e mi risvegliavo a seconda dell'intensità della luce del sole proveniente dall'esterno. Ho assaggiato cibi insoliti, conosciuto nuove persone dagli accenti diversi, percorso vicoli stretti a bordo di un vecchio motorino lottando contro il vento gelido che penetrava nei vestiti, nelle ossa. E rimaneva lì, intrappolato nella pelle. Ho dovuto farci l'abitudine, al freddo di gennaio. Dentro o fuori casa non faceva differenza, non c'era verso che le estremità del mio corpo riuscissero a scaldarsi.
Per questo era meglio muoversi, camminare, scoprire. Approfittare di ogni attimo, sebbene ogni istante continuasse a sembrarmi inverosimile, come in un sogno.
Di reale c'erano gli odori, quelli forti e nauseanti del cibo e delle strade e quelli rassicuranti dell'incenso e del tè verde. I colori invece emergevano inaspettati tra lo smog ed il cemento, al di là dei fili elettrici e della pioggia leggera che quotidianamente inumidiva le strade della capitale e i suoi abitanti. Nei percorsi giornalieri c'era tutto il “mio” Vietnam, che diventava ad ogni passo più familiare e intimo attraverso i percorsi urbani che avevo costruito. Andata e ritorno, ogni giornata iniziava con i consueti saluti e incontri, unica sicurezza del ritrovarsi sola a più di 12.000 km da casa per tre lunghi mesi.
Ad Hanoi respiravo la storia dell'intero Paese, il suo passato ed il suo futuro. Agli angoli delle strade i vecchi raccontavano ciò che era stato, recitavano poesie e coloravano d'inchiostro le proprie giornate; mentre i piccoli, avvolti tra le braccia della mamma, guardavano intensamente al domani con incredibile sicurezza e fiducia.
Ogni volto era un paesaggio, sconfinato ed indecifrabile, ma pronto ad offrirsi almeno in parte ai più sinceri viaggiatori. L'attesa predisponeva all'ascolto aprendo occhi e cuore, il resto accadeva e basta.
Mi ritrovavo così, senza averlo previsto, davanti all'altare degli antenati della famiglia di Tien, a casa di Que per festeggiare il capodanno lunare, oppure in compagnia di Ly, ascoltando le sue poesie e le sue storie incredibili. E la sorpresa, l'infinita felicità di essere lì in quel preciso istante, cancellava ogni preoccupazione ed ogni timore, invitandomi ad accogliere ogni confidenza come un dono inestimabile.
Ho incontrato molte persone lungo la strada, ho guardato alle loro mani incallite e rugose, sincere testimoni, per conoscerne la storia. Ho ringraziato chi mi regalava tempo e vita e le mie mani hanno accarezzato molte altre mani assetate di contatto e calore, mentre lo sguardo ha incrociato occhi che hanno raccontato e nulla hanno saputo dimenticare. Mi sono lasciata trasportare dalle parole di chi desiderava condividerle con me, senza forzature e senza ansie. Semplicemente lì, in attesa.

Ed ho incontrato. Ed ho raccolto. 






A

lunedì 20 gennaio 2014

In un'altra vita

Ogni tanto mi piace aprire casualmente l'agenda dell'anno precedente e leggere cosa facevo oggi, esattamente 365 giorni fa. Cerco di ricordarmi sensazioni e umori, le parole dette alle persone incontrate esattamente quel giorno di un anno prima. Mi è capitato anche oggi, mentre scrivevo freneticamente qualcosa per non so chi. L'impulso è stato talmente forte che ho dovuto lasciare tutto in sospeso e mettermi alla ricerca dell'agenda di cui al momento avevo perso le tracce. Mentre una vera e propria ansia da ritrovamento si stava impossessando di me, in cuffia andava un brano di Ludovico Einaudi, "in un'altra vita", musicista a cui mi rivolgo quando ho bisogno di concentrarmi e scrivere. Di solito mi aiuta. Ma oggi, 20 gennaio 2014, la tecnica einaudiana non stava funzionando a dovere. Mi trovavo a sfogliare le pagine di un quaderno rosso che avevo trasformato in agenda e che avevo riempito di parole e frasi per un anno intero. Sedevo per terra ed ascoltavo. Leggevo. Ricordavo atmosfere e profumi lontani di un Vietnam da poco incontrato. 

20 gennaio 2013, avevo scritto tantissimo rubando spazio anche ai giorni a venire. Era domenica ed avevo approfittato per godermi la città in solitudine. Ricordo che quel giorno avevo deciso di visitare il Museo etnologico di cui mi avevano parlato a lungo. Ricordo che per la prima volta avevo incontrato degli italiani e per giunta ricordo fossero veneti. Li avevo sentiti parlare in dialetto e ricordo di aver provato un sentimento misto tra l'angoscia di poterli conoscerli e la voglia di parlare con loro e manifestare un po' di solidarietà tra veneti all'estero. Ricordo di aver optato per la fuga, mimetizzandomi tra le riproduzioni degli abiti tradizionali delle minoranze etniche vietnamite, perché non riuscissero a cogliere in nessun modo la nostra comune appartenenza. Ricordo di aver assistito per la prima volta allo spettacolo delle marionette sull'acqua con contorno di musica Quan Ho dal vivo. Ricordo di aver incontrato due ragazze vietnamite che mi hanno chiesto se potevano scattarmi una foto (e ricordo di aver accettato pensando: "hanno ragione, tu scatti fotografie a loro in continuazione"). Ricordo di aver assaggiato per la prima volta il Bun Cha, piatto che di lì a poco sarebbe stato eletto come il migliore in assoluto della cucina vietnamita. Ricordo di aver finalmente raggiunto la One pillar pagoda, a lungo ricercata e alla fine scovata proprio davanti al Mausoleo di Ho Chi Minh, luogo praticamente sacro ai vietnamiti che vengono a rendere omaggio allo "zio" nei giorni di festa. Ricordo di aver conosciuto tante persone quel giorno, e di essermi fermata a parlare qualche minuto con chi chiedeva di poter essere fotografato (non sto mentendo, qui la gente si mette in posa e pretende di essere immortalata. Un paradiso). Ricordo in particolare una bambina dal giubbottino giallo che senza dire una parola si era piazzata di fronte a me e mi fissava, un po' perplessa e un po' divertita. Era immobile. La sua fermezza mi aveva colpito parecchio, e non aveva mostrato cedimenti nemmeno quando la madre aveva cercato di corromperla a tornare a casa offrendole un gelato. Poi, collegando l'episodio all'esperienza precedente, avevo capito cosa voleva, avevo preso l'inquadratura e cominciavo a scattare. Poi voleva vedersi ritratta in foto. La madre la incoraggiava, c'aveva preso gusto e sembrava che l'idea di partire avesse abbandonato anche lei. 

20 gennaio 2013. Lo ricordo un giorno intenso e sereno. Ricordo l'entusiasmo dei primi tempi che trascorrevo ad Hanoi, il senso della scoperta e dell'avventura, dell'unicità del mio essere lì, sola ma libera. Ricordo la stranezza del sentirmi così diversa da tutte le persone attorno a me, fuori contesto, ma allo stesso tempo ricordo che l'irripetibilità del momento sembrava rendere tutto surreale, come se tutto ciò non stesse davvero succedendo. 

20 gennaio 2014. E' un giorno malinconico. Ancora adesso fatico a realizzare che quel viaggio sia realmente avvenuto. Non so dire se mi sia mai resa conto davvero di ciò che ho vissuto, mi sembra che tutto sia stato inghiottito da una gigantesca bolla di sapone, di quelle gonfiate dagli artisti di strada per impressionare i bambini, perché rimanesse semplicemente un sogno. Sembra sia passata un'eternità dalla partenza e dal conseguente ritorno. Ascolto il brano di Einaudi che intanto continua a suonarmi in testa e sembra che tutto ciò sia potuto accadere proprio in un'altra vita, tanto tempo fa.

A

lunedì 25 novembre 2013

Il tempo prima del tempo

Ore 5.20 del mattino. La sveglia suona. La sento ma vorrei ignorarla. Dall'altra stanza mio padre già discute sulla puntualità mancata, mi alzo e mi sento esasperata da questo brusco lunedì mattina ancora prima di cominciarlo. Proseguo a tentoni attraverso le altre stanze ancora buie, più che altro mi fido della familiarità che ormai ho acquisito per muovermi tranquillamente tra queste pareti: le mie. Il cervello ancora ovattato mi conduce fino alla cucina, poi al bagno ed infine allo studio dove fortunatamente la valigia rossa mi aspetta, pronta. Non sono poi così disorganizzata, penso. E un po' me ne compiaccio. 

Mi trascino giù dalle scale, cerco di non svegliare l'intero condominio ancora assopito. Sono immersa nel buio e nel silenzio della campagna addormentata, solo alcuni gatti accoccolati sui tetti delle macchine alzano pigramente il muso per accertarsi che niente disturbi il loro sonno. Non è poi così freddo, penso, la nebbia stranamente non offusca la vista e l'orizzonte. Sfrecciamo nella notte (sì, per me questa è pura notte inoltrata) verso la stazione dei treni e mi stupisco del traffico che riempie le corsie in entrambi i sensi di marcia già a quest'ora del mattino. Vedo molte stelle oltre il finestrino, sarà certamente una giornata serena, spero non solo in senso meteorologico. Nascosti tra l'erba alta e i cespugli disordinati stanno i capannoni e le fabbriche fuggono a perdita d'occhio. Dormono anch'esse, avvolte nella brina e nell'oscurità, in estremo contrasto con il ritmo frenetico della produzione che al loro interno a breve si svolgerà.

Salgo su un treno inaspettatamente gremito di giovani lavoratori e studenti e cerco un posto abbastanza tranquillo per riposare ed eventualmente scrivere. Mi dirigo strategicamente verso la fine del convoglio. L'ultimo vagone di solito ha il pregio di essere il più caldo ed anche il più silenzioso, ma oggi vengo presto smentita da un gruppo di adolescenti agitate per un compito che evidentemente le accoglierà al loro arrivo in classe. Penso con una stretta allo stomaco al mio periodo liceale, ai risvegli all'alba, agli interminabili percorsi sull'autobus e a quelle giornate di reclusione in classe mentre sognavo d'essere ovunque meno che lì. Ringrazio tra me e me di aver passato quella terribile fase della vita e cerco di risollevarmi al pensiero dei primi, stupendi e indimenticabili anni d'Università. Stacco la mente da questi cupi e tristi pensieri e torno a concentrarmi sul microcosmo di sedicenni che mi circonda. Citoplasma, nucleo, Rna: questi gli argomenti più gettonati da una studentessa davanti a me che viaggia accompagnata da una testa finta. Sì, proprio una di quelle povere teste sottoposte ad improponibili esperimenti di colore, taglio e piega. È la prima volta che mi capita di viaggiare a fianco d'una testa di prima mattina, crea un'atmosfera surreale, penso, quasi felliniana.


Nel frattempo la luce rischiara il cielo e brillano adesso i fiumi ghiacciati e le piccole pozzanghere d'acqua nei campi che vedo scorrere oltre la ferrovia. Scintilla anche la neve sulle cime delle montagne e l'Inverno per me quest'anno inizia così, a bordo di un treno, il lunedì mattina. 




A

mercoledì 16 ottobre 2013

Le 15ème

Ci sono ricascato. 
Una telefonata ed un'isterica ricerca di un volo Ryanair sono stati sufficenti per catapultarmi di nuovo in questa caotica metropoli, tanto amata, quanto odiata. 
Nemmeno il tempo di togliermi dalla testa le note di "Adieu Paris", gli ormai naturali "d'accord" et "ouais" dalla mia bocca, dannazione!

Penso che ricorderò per un bel pò il suono di quel telefono, la tensione, lo sforzo di capire una lingua che non è la tua. Quella voce straniera che esce fuori dalla cornetta. 
Pensavo la Francia fosse lontana, ero pronto a fare ordine, a sedermi.
Invece no. 
Parigi era molto più vicina di quello che credevo, svegliadomi in fretta e furia, come quando al mattino ti prendi a letto in vista di un appuntamento importante. 
Bentornata instabilità! A quanto pare non ti sei fatta aspettare molto, ma con tutta questa fretta un pò stronza lo sei stata. 

Perché partire ha un prezzo: tutto ha un prezzo. I viaggi e le occasioni non sono mai delle fortune calate dall'alto. Nessuno ti regala nulla. 
Nessuno. 
Il prezzo delle cose aumenta quando il viaggio ti cambia, ti aiuta a valorizzare anche ciò che avevi lasciato. 
A me stesso non posso mentire: i funamboli erano partiti per ritrovarsi, ma poi? Quando ci si ritrova la valigia si appesantisce, cambiando il valore di ogni altro viaggio. 

Ricorderò il suono di quel telefono come un ennesimo confine da marcare, tra la riscoperta ed il caos (ancora una volta, si!)

Da lì in poi, un mese di malinconie, nervi e dubbi e colpi di fortuna mi hanno condotto fin qui, nel 15ème, a sud di Parigi, dove la Petite ceinture, un'ex-ferrovia riqualificata a parco, attraversa tutto il quartiere. 

Mi piace spesso farci due passi: penso sia l'unico posto in città dove tu possa fare una decina di chilometri a piedi senza incrociare macchine. 

Conosco altri posti così, ma sono tutti lontani: lasciati accidentalmente a casa, come molti altri oggetti dimenticati fuori da una valigia preparata troppo in fretta. 

Comincia a fare freddo a Parigi, e la mia percezione della città cambia ancora una volta. Troppo velocemente, senza preavviso.

Tante persone mi hanno scritto: "sei fortunato", me lo hanno ripetuto come un mantra. 

Ma si sa, tutte le cose hanno un prezzo. 
Fortuna compresa. 

M


venerdì 26 luglio 2013

La canicule

Parigi, 26 Luglio 2013


La canicule: ovvero il caldo. Un caldo che non mi aspettavo questa Parigi conosciuta in inverno. 

Si, era inverno, un'altra dimensione, un altro volto, che ora quest'estate esplosa d'improvviso ha cambiato completamente. dilatando ancora più il tempo. Sudo all'inverosimile e non mi capacito delle settimane passate dentro queste mura e queste strade. 

Era davvero inverno, e al posto di dire "ciao" ci dicevamo "arrivederci". Era tutto più ovattato ed indefinito, ora questo sole brucia ed elettrizza allor stesso tempo. Avevo una casa, ne avrò una nuova: sono cose che ho ripetuto a me stesso milioni di volte, come tutte le strade di questa città.

Il cambiamento ora ha un sapore diverso, non so perché e nemmeno m'interessa saperlo. E' come la canicule: ogni anno arriva e non sei mai preparato ad affrontarla. Era inverno, e non ero preparato al salto nel vuoto. Adesso è estate, in piena preda del Luglio, e rimettere i piedi per terra mi spaventa altrettanto. 

Avrei potuto scrivere molte più parole in questi mesi, ma ho preferito assorbire le cose, bilanciarmi, cercare come sempre un temporaneo equilibrio. Dentro di me non porto più nulla di vecchio ormai.

Arrivederci Parigi: ora prendo il volo. Ero partito per tornare sui miei passi: allo stesso tempo partirò per ritornare da te a riprendermi tutto ciò che ti ho lasciato.


M